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Un pugno d'olive.

Un pugno d'olive.

6/02/2020 - Un pugno d'olive.

Nel gergo olivadese, "nu cocciu d'olivi". Così detto, era la misura tesa a specificare la quantità di olive avute (quasi sempre dopo aver lavorato duramente nei campi), oppure mangiate, date in regalo e quant'altro. Ergo, si faceva un intero giorno di  lavoro o giornata a zappare sui campi. 

Un detto comune locale quindi. Andar a raccogliere """ per poter avere un pò d'olio o metterle in salamoia. Acquista così, il significato, """, di queste tre parole in dialetto calabrese, per specificare l'intenzione del tema cui si vuol parlare. Vengono in memoria dunque, discorsi degli anziani riferiti al periodo delle guerre, "una volta vi era la fame" "abbiamo patito la fame" e " nu cocciu d'olivi sfamava la famiglia ", anzi dirò di più, " beato chi metteva a tavola nu cocciu d'olivi la domenica ".

Era vero. Quello che mi veniva raccontato, soprattutto da vecchietti che avevano veramente patito la fame, sicuramente a cavallo degli anni trenta, quaranta, gli anni scuri, brutti, l'Holodomor sovietico per gli ucraini, delle privazioni. Ecco che allora, quel pugno di olive rappresentava un rimedio alla famiglia. I maiali non si potevano tenere, essendo sotto regime fiscale, tassati per legge fascista. Solo chi poteva permettersi di pagare poteva tenerli. Rimanevano loro, le olive. Quel piatto di olive, che acquistava un valore immenso per la famiglia. Si certo, c'erano pure i fagioli a sostegno della fame. Venivano dati ai piccoli, anche. Spacciati come caramelle. Ma con effetti non eccellenti, spesso con mal di pancia, vista le piccola età, (anche negli anni sessanta). 

Spesso noi, ci dimentichiamo del passato. Pensiamo solo a lamentarci e criticare. Chi ha passato invece le brutture del tempo e della storia, (e probabilmente non è più fra noi), sapeva bene cosa significava, stare con la pancia vuota. 

Viene allora da chiedersi che valore ha adesso, veder quel piatto colmo e zeppo di olive, magari sul bancone del Bar del paese all'ora dell'aperitivo, che nemmeno guardiamo schifandocene, e chiedersi, ma son vere queste storie vecchie o passate in sud Italia? E per che cosa? 

Un coccio di olive...o no?

Enrico Cotilli

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